mercoledì 25 marzo 2009

10-3-09 – Madagascar

Per le strade di Tana

L'Airbus A340 è vuoto più o meno per due terzi dei suoi posti. La signora che mi sta di fianco, una consulente franco-cilena della Banca Mondiale che viene in Madagascar per un rapido incarico fra un missione in Kenya e una in Pakistan, si è spostata per stendersi su una intera fila centrale da quattro sedili, e così anch'io ho due sedili per allungarmi un po'. In queste settimane in cui in Madagascar c'è “crisi istituzionale” Air France ha riprogrammato il volo per Antananarivo per farlo arrivare alle due di pomeriggio, anziché all'una di notte, ed evitare così il coprifuoco. Già che c'erano, visto che i passeggeri sono comunque pochi, l'hanno accorpato col volo di linea per Mauritius, dove fanno uno scalo e il cambio di equipaggio, così che hostess e piloti si fermino lì anziché a Tana. Grazie a questa variazione, le dieci ore di volo dell'orario originale sono diventate quindici, ed ho tutto il tempo di mettermi finalmente al passo con le ultime uscite cinematografiche, grazie all'ottimo programma di intrattenimento a bordo.
All'arrivo in aeroporto l'accoglienza efficiente, cortese e sorridente è quella tipica dei luoghi di villeggiatura, giusto un po' fuori stagione vista l'abbondanza del personale in proporzione ai passeggeri.
All'uscita trovo ad aspettarmi due belle ragazze, con un cartello con su scritto “Sylvio / Ingenieurs Sans Frontieres”. Ci sono due errori in sole quattro parole, uno ortografico (la y per la i) e l'altro semantico (gli ingegneri per l'ingegneria). Entrambi sono abbastanza tipici, quindi decido di soprassedere. Le ragazze sono di una cooperativa di trasporti, e sono venute a prendermi insieme ad altri due uomini che ci aspettano in un pullmino: uno è l'autista, l'altro invece se ne sta seduto in fondo senza dire una parola.
Quella delle due che parla un po' meglio il francese mi chiede subito se sono informato sulla crisi politica malgascia. Certamente! Da qualche settimana ho seguito tutti i giorni il sito di Radio France Inter: ho letto della protesta lanciata da gennaio dal sindaco della capitale, Andry Rajoelina, contro il presidente della repubblica, Marc Ravalomanana. Ci sono state tutta una serie di manifestazioni di piazza, alla Place du 13 Mai di Antananarivo, in un paio di casi sedate in modo tragico dalla polizia, che ha fatto diverse decine di morti fra i manifestanti. Le manifestazioni e i disordini sembrano limitate alla capitale, a parte una sporadica manifestazione con due morti a Fianarantsoa della settimana precedente. Il dialogo fra i due sembra non aver sortito esiti finora, e quindi da quanto ho capito continua ad essere consigliabile stare alla larga dalle manifestazioni. A parte questo, la situazione del paese è pacifica.
La ragazza prosegue comunque commentando “vous avez été courageux a venir ici maintenant!”. Il complimento, tradotto e applicato alla mia persona, vuol dire che probabilmente devo preoccuparmi di più. In effetti la prima impressione che ho mentre attraversiamo il traffico cittadino è un po' diversa da quella che ero riuscito a farmi leggendo RFI: le “manifestazioni” in realtà spuntano di continuo. Di fatto, la città è in uno stato di mobilitazione permanente. In molte strade passiamo a zig-zag fra i resti di qualche barrage fatto con ogni mezzo a disposizione: file di pietre, pneumatici bruciati o cassoni pieni di sabbia. In una rotonda passiamo in mezzo a un gruppo di gente che si sta radunando, e la ragazza commenta “anche qui?” e mostra un po' di nervosismo. Mezzo chilometro dopo incrociamo due camion carichi di poliziotti in assetto da combattimento che passano di fretta lungo la strada.
La ragazza nel frattempo mi racconta che in questi ultimi due giorni la situazione si è fatta più calda, e che ieri notte mentre ero in volo è stato ammazzato un manifestante. Mi spiega aiutandosi coi gesti che i poliziotti l'hanno lasciato appeso in strada, per intimidire gli altri.(1)
Vorrei fare delle foto ma non so se è il caso, con i poliziotti in giro. Lo chiedo alla ragazza, che mi risponde che posso scattare tutte le foto che voglio, e anzi si mette a ridere per il fatto che mi sia posto uno scrupolo tanto buffo.
L'associazione con cui collaboriamo, vista la situazione, ha deciso che è meglio che non passi la notte ad Antananarivo come inizialmente previsto, e che vada subito a Fianarantsoa col taxi-brousse delle 18. Così vengo portato direttamente in stazione. Passo tre ore ad aspettare, leggiucchiando un po' nell'ufficio della cooperativa. Sono l'unico bianco in tutta la stazione, e quindi suscito una naturale curiosità. Un signore entra e mi apostrofa coloritamente in malgascio, con un tono che mi pare decisamente sarcastico. Le ragazze sghignazzano, non so se per lui, per me o per entrambi. Chiedo spiegazioni, e mi dicono che mi sta dicendo che devo parlare malgascio, visto che a lui se va in Francia gli tocca parlare francese. Gli spiego che in realtà sono italiano, e che anche io vivo la sua stessa sorte, poiché appena esco dal mio paese nessuno capisce più la mia lingua. Comunque gli prometto che in due settimane farò del mio meglio per imparare un po' di malgascio. Lo scambio interculturale finisce fra le risate generali.

Il taxi-brousse alle sei meno un quarto è già pieno, e quindi si parte con un po' di anticipo. E' un pullmino Mazda in condizioni più che dignitose, con tutti i suoi sedili originali al loro posto, e quando lo vedo tiro un sospiro di sollievo. Il viaggio sarà lungo, e il ricordo dei taxi-bus di Kinshasa mi spaventava un po'. L'associazione m'ha addirittura prenotato due posti per farmi stare più comodo, e gli altri passeggeri mi guardano per questo con un'aria un po' seccata. La cosa mi imbarazza un po', e così mi piazzo all'angolo della fila, occupandone solo uno. Il passeggero alla mia destra s'allarga quasi subito ad occupare anche il mio secondo posto, e ci dormirà rannicchiato per quasi tutto il viaggio.

Ci vogliono circa dieci ore per coprire i 400 km che separano Fianarantsoa da Antananarivo. Viaggiamo di notte ma comunque c'è un discreto traffico, tutti i taxi-brousse che fanno collegamenti notturni viaggiano normalmente anche in questo periodo. Il “coprifuoco” consiste di fatto nell'obbligo di girare con i documenti se si esce di notte, ovvero quello che a Kinshasa dovevamo fare anche di giorno in periodi non di crisi. Una volta usciti dalla regione della capitale, nel tratto di strada poco popolato fra Antsirabé e Ambositra, ci accodiamo a una fila di sette o otto taxi-brousse, e si va avanti in carovana per buona parte del tragitto, per motivi di sicurezza e solidarietà contro briganti, rapine o anche semplici contrattempi meccanici. Ogni volta che ci fermiamo mi sveglio, come per un riflesso condizionato. Lungo tutto il tragitto conto sei posti di blocco dell'esercito, tutti consistenti in un rapido e burocratico controllo dei documenti dell'autista, e un'occhiata veloce con una torcia ai passeggeri, senza che i militari chiedano mai soldi, o battano ciglio per la presenza di un bianco. La settimana scorsa Massimiliano, lungo lo stesso tragitto, era stato fermo più di un'ora a un blocco in cui i militari avevano estorto dei soldi, ma a quanto pare sono comunque fenomeni sporadici.

Arriviamo a Fianarantsoa alle 4 e mezza di mattina, dopo quasi 36 ore dalla mia partenza da Roma. Siamo un po' in anticipo sull'orario previsto, e Delphin, il responsabile dell'associazione, non è ancora arrivato in stazione. Lo chiamo, e arriva dopo una ventina di minuti, a piedi (a quell'ora non ci sono taxi sotto casa sua). Dalla stazione prendiamo un taxi, una vecchia Renault 4 che mi ricorda la mia infanzia, e ce ne andiamo a casa.

(1) Nei giorni successivi, a Fianarantsoa, non ho trovato nessuna conferma di questa notizia. Nessuno la trovava inverosimile, ma nessuno ne sapeva nulla. Non so se si è trattato effettivamente di un atto violento passato sotto silenzio, o semplicemente di una delle tante leggende metropolitane e voci ansiogene che circolavano nel paese.

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